mar 16, 2012 Redazione Fotogallery, Home Page, Teatri 0
Una prima da applausi, quella di “Occidente solitario”, in scena da ieri e fino al 25 marzo al teatro Ambra Jovinelli. Tra gli ospiti in prima fila c’erano anche Stefano Accorsi e Silvio Orlando, ad ammirare la commedia nera scritta dall’inglese Martin McDonagh e interpretata magistralmente da Claudio Santamaria, Filippo Nigro, Massimo De Santis e Nicole Murgia, per la regia di Juan Diego Puerta Lopez.
La storia racconta il continuo litigare di due fratelli, Coleman e Valene, il cui padre è appena morto. Valene (Filippo Nigro) è interessato unicamente alle sue statuine religiose e a bere whisky che gli viene fornito a domicilio da una giovane chiamata Ragazzina (Nicole Murgia). Coleman (Claudio Santamaria) pensa solo a mangiare e partecipa ai funerali del paese per riuscire a degustare gratuitamente salsicce e rustici. Padre Welsh (Massimo De Santis), il parroco della comunità, è l’unico che prova a risolvere il rapporto conflittuale tra i due fratelli, ma i suoi consigli restano inascoltati. A causa dell’odio tra i due, depresso e con scarsa autostima, si suiciderà lasciando a Ragazzina una lettera in cui chiede ai due di andare d’accordo. I due fratelli provano a riconciliarsi ma ne scaturiranno ulteriori scene di lotta e distruzione.
A farla da padrone, al di là della durezza del linguaggio e dal pesante clima d’astio perpetuo che lega i due fratelli, è una sorta di ingenua comicità, alimentata sia dalla violenza stessa che dalla caratterizzazione così bizzarra dei personaggi, perfettamente delineati da McDonagh e splendidamente interpretati dagli attori sul palco. In particolare, Filippo Nigro si avvale di una divertentissima “repetitio iuvant”: con tono da ubriacone, e dunque con una voce che già di per sé è motivo di risate, tende a ripetere tutto ciò che gli viene detto, come se non capisse di primo acchitto le parole che gli vengono rivolte. Santamaria, invece, è il fratello violento e malvagio, che risulta comico proprio in virtù di un’ironia grottesca che invita comunque a riflettere.
«L’unica cosa che volevano sentirsi dire era “Nostro figlio non è morto”, ma non poteva funzionare con lui sgocciolante in salotto». Questo è un brillante esempio di houmor nero tanto caro a McDonagh e che pervade il testo teatrale. Una vis comica fortissima, dunque, che trae sostentamento proprio dalle tragedie che si susseguono durante lo spettacolo.
Per quanto riguarda Massimo De Santis, il suo ruolo, quello del prete ubriacone che vive in una comunità difficilissima, non lascia molto spazio alle risate, se non durante i momenti di esaurimento del giovane prete in mezzo ai due “bambini grandi” che litigano. Piuttosto, padre Welsh induce alla riflessione. «Pensate, per la chiesa cattolica puoi anche uccidere uno, dieci, venti persone. Se ti penti, ti guadagni il Paradiso. Se uccidi te stesso, no».
C’è poi la bravissima e giovanissima Nicole Murgia, una giovane venditrice abusiva di whisky – Ragazzina -, innamorata di padre Welsh, che non si cura poi così tanto delle continue liti dei due fratelli. Ragazzina si dispererà, invece, quando padre Welsh si ammazza, oppresso dai sensi di colpa per non riuscire a tenere le redini della sua comunità. E urlerà in faccia ai due fratelli tutto il suo disprezzo.
Alla notizia della morte del giovane prete, i due tentanto infine di riconciliarsi e, manco a farlo apposta, il momento delle scuse risulta il più comico. Tornano indietro nel tempo, raccontandosi tutte le cattiverie che hanno commesso l’uno nei confronti dell’altro. Il gioco delle scuse, dei mi dispiace, porta a una sorta di divertente confessione, che in parte ricorda un po’ la parabola del buon samaritano.
«Mi piace lottare, se lotti vuol dire che te ne freghi», afferma in conclusione Santamaria.
Davvero notevole il lavoro di traduzione di Luca Scarlini, che nella traslazione è riuscito a non smarrire le caratterizzazioni tipiche della tradizione anglofona, mantenendo quasi inalterati i tratti salienti tanto british-style.
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