dic 01, 2015 Carmelo Nigro Home Video 0
Da domani 2 dicembre Mission Impossible: Rogue Nation sarà disponibile in Blu-ray e dvd. Quinto capitolo della saga interpretata da Tom Cruise nei panni dell’agente segreto Ethan Hunt, è il primo a portare la firma alla regia e alla sceneggiatura di Christopher McQuarrie, premio Oscar per I soliti sospetti. Ecco un’intervista all’autore, che ci racconta come ha affrontato un lavoro impegnativo e spericolato, in compagnia di Tom e degli altri attori, Rebecca Ferguson e Simon Pegg.
Com’è stato coinvolto nel progetto?
E’ stato inaspettato. Lavoravo con Tom su Edge of Tomorrow, una sera eravamo sul copione, abbiamo cominciato a parlare dei film su cui avevamo lavorato e sulle cose che avremmo fatto in futuro e lui mi fa: “Dovresti dirigere un Mission Impossible”. Io, senza pensarci, gli ho detto: “Beh, sarebbe fantastico.” Pensavo ne stessimo parlando informalmente, poi poco tempo dopo mi dice: “Ok, ho parlato con tutti, Mission: Impossible lo fai tu”.
Ci potrebbe dire com’è stata scelta Rebecca Ferguson?
Rebecca è stata una scoperta dell’ultimo minuto, dopo un processo molto lungo, che ci ha visto andare alla ricerca della persona giusta. Tom e io avevamo un’idea di quale personaggio volessimo, ma sapevamo anche che si sarebbe modellato tanto sull’attrice che avremmo preso, era come il discorso dell’uovo e della gallina. Non potevamo scegliere l’attrice giusta prima di avere il ruolo, e non potevamo capire il ruolo prima di trovare l’attrice giusta. Avevamo incontrato un sacco di donne, tutte fantastiche, ma all’ultimo minuto ci siamo imbattuti in un demo di cinque minuti di Rebecca. Tom e io l’abbiamo visto e subito dopo abbiamo detto insieme: “E’ lei.” […] Abbiamo avuto la conferma che fosse lei non appena è entrata nella stanza, poi abbiamo letto le scene come una pura formalità, era favolosa. Avete cominciato a girare a Vienna l’estate scorsa.
Come vi è venuta in mente, che ruolo ha Vienna nel film?
Da tempo accarezzavamo l’idea di Vienna come possibile location, è un luogo su cui Tom aveva fatto parecchi sopralluoghi per i Mission Impossible precedenti, ma per ragioni pratiche non erano mai andati lì. Quando prepari un Mission: Impossible è un classico cominciare con una lista di tutte le cose che vuoi fare e di tutte le cose che puoi fare, e il film si modifica strada facendo. Avevamo scritto una sequenza che si ambientava in un teatro dell’opera, abbiamo guardato ilTeatro dell’Opera e abbiamo deciso subito. Le due idee si sono sposate e fuse nel secondo atto del film, con quella grande sequenza nel Teatro dell’Opera di Vienna.
Com’è lavorare con Tom Cruise, che è il cuore di questo progetto?
Prima di tutto non hai a che fare con uno che lo fa per campare. Ama proprio quello che fa. Ama fare film e ama divertire. […] Questo infonde energia anche nei giorni più duri – e ce ne sono – perché al centro di tutto c’è uno estremamente positivo, estremamente sicuro di sè. Quando ti puoi sentire perso, quando non hai idea di cosa stai facendo, c’è sempre Tom che dice: “L’ho già fatto, l’ho fatto milioni di volte, va bene, andrà tutto bene!” E’ una macchina cinematografica, letteralmente.
Tom non usa controfigure. Ci può raccontare?
E’ sempre Tom che guida. Anche nelle inquadrature in cui non si vede, è Tom che guida. E’ interessante: quando facevamo le prove di una scena pericolosa, a volte c’era un altro a guidare una macchina, per preparare l’inquadratura, e ti accorgi che non è Tom a guidare. La macchina si comporta diversamente quando non guida Tom. Lui lo prende molto sul serio. E non parlo solo delle scene d’azione. Se c’è un piccolo inserto in cui una mano prende una cornetta telefonica, quella è proprio la mano di Tom. Questo crea una sfida interessante: cerchiamo costantemente modi per riprendere la scena con meno tagli. Vogliamo girarla in modo da far capire che quello è proprio lui.
Il personaggio di Simon Pegg porta umorismo nel film?
Sì, Simon fa morir dal ridere, ma ha anche momenti davvero drammatici. L’idea che attraversa la storia è: quanto costa essere una spia? Quanto è diventato complicato il mondo oggi per loro? Teniamo in conto il mondo in cui viviamo oggi, quello che è diventato oggi il mondo dello spionaggio, e I nostri personaggi affrontano il problema, specialmente il personaggio di Simon.
Hai detto che Tom è al cuore del progetto. Ha lavorato con lui prima. Come funziona il vostro sodalizio?
Un sacco di volte io preparo un’inquadratura, Tom sta pensando una cosa, io ci arrivo da un’altra direzione e all’improvviso uno completa le frasi dell’altro. E’ un po’ una sfida per gli altri attori, specialmente Rebecca che non ci conosceva. C’erano momenti in cui noi tre parlavamo di una scena, Tom e io avevamo le idee chiare su ciò che succedeva, Rebecca ci fermava e diceva: “Non so cosa sta accadendo, voi lo sapete, io non ne ho idea!” Ogni giorno così! Io e lui siamo sulla stessa lunghezza d’onda quando si tratta di raccontare, fare il film per quello è stato facile. Non appena uno capisce quello che vuole l’altro, si parte subito.
Ha parlato del mondo in cui viviamo, avvertite come cineasti la tensione di doverlo riflettere in film come questo?
Si tratta di abbracciare la consapevolezza del pubblico e di usarla nella storia, dobbiamo mantenerci in un equilibrio delicato: non vogliamo ignorare ciò che accade nel mondo, ma non vogliamo nemmeno che l’attualità domini la scena. Perché quando vai a vedere un Mission: Impossible vuoi divertirti. Questo capitolo si concentra di più su quanto costi loro essere spie, più che altre volte, ma lo fa in modo tale da non disturbarti più di tanto durante la visione.
Ha detto che lei e Tom amate gli stessi film. Quali e perché?
Quelli che continuano a saltar fuori sono quelli di Hitchcock. Uno dei film di Hitchcock che Tom ama di più è Notorius, che ha un’influenza enorme sulle cose che facciamo insieme, per noi Ingrid Bergman e Cary Grant sono degli ideali. E poi c’è il modo in cui in Notorius si è molto parchi e attenti quando si fanno I primi piani. E qualcosa ce la siam portata qui: oggigiorno quando si gira una scena d’azione si muove tantissimo la cinepresa, per nascondere il fatto che non sta accadendo nulla di effettivamente pericoloso, è il movimento di macchina che lo fa sembrare tale. Noi cerchiamo di comportarci diversamente, lasciamo che l’azione si svolga: ciò rende un po’ più rischioso organizzare le scene d’azione in sicurezza, ma a noi piace così.
Ci può raccontare qualcosa su quella che dev’essere stata la scena d’azione più pericolosa mai fatta, con Tom appeso fuori dall’aereo? Quanto cosa l’assicurazione per una sequenza così?
E’ buffo, questa domanda dell’assicurazione me la fanno sempre ed è un mistero che non ho risolto nemmeno io! [Ride] Tom e io abbiamo solo la tendenza ad andare avanti e fare cose, finché qualcuno non si presenta e ci ferma. Comunque sì, quella sequenza è stata incredibilmente pericolosa. C’erano una serie di variabili. E la preoccupazione di un’eventuale caduta dall’aereo era il meno. La cosa interessante era che la sua stabilità dipendeva dal pilota: se l’aereo avesse superato una certa altitudine, niente al mondo avrebbe mai potuto assicurare Tom. Avremmo potuto anche punzonarlo all’aereo, ma sarebbe volato via. In quel caso tutto dipendeva dalla mano del pilota sulla cloche e sulla fiducia che Tom aveva nel pilota. […] Ma qualsiasi oggetto sulla pista risucchiato nelle eliche sarebbe diventato un proiettile, anche un granello di sabbia a quella velocità gli avrebbe devastato la faccia. Una volta in aria la nostra preoccupazione più grossa era che colpissero degli uccelli, se un uccello avesse centrato Tom a quella velocità, ce lo saremmo giocato.
Traduzione: Domenico Misciagna
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