mar 07, 2014 Salvatore Malfitano Sport USA 0
E’ il tiro di Ray Allen che manda gara-6 all’overtime. E’ il canestro metafisico di Parker allo scadere dei 24” in gara-1. E’ la consacrazione di Leonard. E’ l’apoteosi di LeBron. E’ il record di Green. E’ il ginocchio di Wade, ma anche la sua schiena. E’ la schiacciata di Splitter che si infrange sulla mano in versione falange oplitica di James. E’ il riconoscimento delle qualità di un allenatore, a cui nessuno prima di allora aveva dato merito solo perché quando suona l’orchestra di Vienna se la dirige Muti o la dirigo io, l’udito raggiunge il trascendentale indipendentemente da chi impugna la bacchetta.
Questi e innumerevoli altri sono i motivi per cui lo scontro fra l’élite delle due estremità meridionali degli States va seguita accompagnata da tante istantanee delle puntate precedenti. Non ce ne voglia nessuno, dunque, se sopra ci si è limitati solo agli ultimi e più nobili precedenti nelle scorse Finals. A rendere ancor più titanico il confronto ci si mette il grande momento di forma che stanno vivendo le squadre. Miami è uscita vittoriosa da 11 degli ultimi 13 incontri disputati, San Antonio ha vinto 7 delle ultime 8. Peccato che già prima della palla a due si possa subito notare quello che sarà l’unico difetto della partita: le orripilanti t-shirt che sanno di pigiama con tanto di scritta ispanica e retro decorato con rombi bordati d’argento, in luogo delle amate canotte.
La partita com’era prevedibile parte su ritmi inverosimili, per autorevole decisione di Tony Parker (17 punti), che nella prima frazione le fa vedere di tutti i colori alla difesa di Miami, specialmente quando va a segno con tre canestri di fila da sotto appoggiati al tabellone fra 7’55” e 6’19”, costringendo Spoelstra al timeout immediato. All’uscita da quest’ultimo, LeBron (19 punti) si leva la maschera ma è Wade (16) che attira su di sé tutta la difesa avversaria e tira fuori dal cilindro una palla no look dietro la schiena per la schiacciata facile di Bosh (24 punti, top scorer dei suoi). L’attacco di Miami viene però reso sterile da una difesa spaziale dei texani che reggono alla grande nonostante la buona circolazione di palla degli avversari. Emblematico dei problemi offenisivi del primo quarto è l’alley-oop mancato fra Allen e LBJ che lancia il contropiede Spurs iniziato da Duncan (23 conditi da 11
rimbalzi) e finito da Splitter a 2’30′ dalla prima sirena. In attacco gli Spurs funzionano bene anche con le seconde linee: vedere a un minuto dal termine il pick&roll poetico che giocano Mills e Splitter, che serve Diaw che nel frattempo accorre al centro. L’esito è canestro, fallo e libero supplementare. Vani sono gli ultimi assalti degli Heat: si va al primo intervallo sul 22-37 che lascia poco alle giustificazioni. L’inizio di secondo quarto ha due protagonisti: Belinelli, che si diletta in assist e tiri di indiscutibile qualità dalla media distanza, e Bosh, che imita il nostro andando a segno con due jumper consecutivi (31-43) e una tripla su assistenza di LeBron, che comunque non permette agli Heat di annullare la doppia cifra di svantaggio. E’ una schiacciata di Duncan a 5’30′ dalla seconda sirena a firmare un nuovo mini-allungo Spurs sul 36-50, ridotto a -10 da James in contropiede prima e dalla lunetta poi. A nulla serve nemmeno stavolta: la millenaria esperienza di TD fa commettere fallo al giovane Oden a 3’45”: gioco da tre punti trasformato (40-53). Miami non trova sbocchi in attacco e come logico LeBron prova a mettersi in proprio, senza però trovare mai la retina; ci deve pensare Chalmers, a 1’15”, a piazzare una tripla con elevato coefficiente di difficoltà (44-57). San Antonio mantiene le distanze facendo il minimo indispensabile dalla lunetta con Belinelli e Parker, ma nell’ultimo minuto Beasley e Diaw scaldano le mani dall’arco: si va negli spogliatoi sul 51-62. Al rientro, Miami sembra un tantino più efficace in attacco, pur trattandosi però sempre di tiri non costruiti, e riesce a rosicchiare qualche punto. Il tiro dalla lunga distanza di Wade proprio davanti a Popovich (che subito dopo chiama timeout) fissa il punteggio sul 61-69, a 7’51” dalla fine del terzo. Kawhi con una bella tripla con spazio manda i suoi sul 65-78 ma Bosh e Allen rispondono: a 3′ dal termine della frazione il punteggio dice 70-79. Un barbuto Andersen accorcia le distanze ulteriormente sul -7, gli Spurs non trovano il canestro e LeBron fiuta l’odore del sangue: si lancia come un forsennato verso il canestro e prima che inizi il movimento di tiro viene fermato col fallo, ma Miami va in bonus e a 2’30” gli Heat si ritrovano sul 74-79. E’ la tripla di Mills a 27” dalla sirena e la successiva ottima difesa a portare un po’ di ossigeno e a scongiurare il pericolo di ictus per coach Popovich: 74-82 è il punteggio che introduce all’ultimo periodo, con San Antonio che deve sicuramente ritrovare la vena realizzativa, essendo passata dal 63% dal campo nel primo tempo, a un abominevole 30% nel terzo quarto. Bisogna aspettare un minuto e mezzo per vedere il primo canestro dell’ultimo periodo ed è ancora Mills a levare le castagne dal fuoco di San Antonio e dare un confortevole +11 su Miami, che con due palle perse consecutive semplifica il compito di controllo della gara da parte degli Spurs. Due minuti dopo, è Marco a infiammare l’AT&T Center quando in transizione riceve da Green, finta il tiro da tre e batte il recupero della difesa con un lay-up da parabola altissima (74-87). I nervi cominciano a farsi tesi in casa Heat: Wade e Chalmers si fanno chiamare due tecnici contemporaneamente e Rio perde anche palla sul successivo possesso: San Antonio allunga sul 77-91. Gli Heat non sono lucidi quando c’è da imbastire l’azione offensiva, come testimonia la banale palla persa da LeBron, con Leonard che comprende subito la traiettoria del passaggio descritta dal Prescelto, ruba e schiaccia l’80-95 per i padroni di casa quando mancano 6’16”. Indiavolato, il quasi 23enne (non ho invertito le cifre, è proprio scritto 23) da San Diego State si ripete sul possesso successivo, sporcando la palla a LeBron dal palleggio e guadagnando un possesso non concretizzato dai suoi. Ma non c’è due senza tre, così ecco che si ripete ancora su Allen, ruba anche dalle mani dell’ex Celtics ma in contropiede non riesce a finalizzare. A 4′ dal termine è esemplare la circolazione della palla di Miami, che trova due punti facili con LeBron (85-97) ma in difesa lasciano un tiro a Duncan dalla media distanza e la retina manco si muove (85-99). Kawhi pensa bene di recuperare un altro pallone provocando l’infrazione di metà campo: la faccia di Spoelstra, per chi ha potuto vederla, conferma che le poche speranze di portare la vittoria in Florida si sono estinte a 3’17” dal termine. Gli ultimi due minuti sono solo garbage time e anche in questo caso è schiacciante la superiorità dei texani. La partita si chiude con un duro 87-111, una botta non facile da assorbire. Inutile dire che Miami ha l’imperativo categorico di ritrovarsi, a maggior ragione adesso che ha un calendario avverso, con 23 partite da giocare (contro le 21 di Indiana), di cui 6 back-to-back (contro i 2 di Indiana). Il Three-peat quest’anno sembra un po’ più complicato, data anche la qualità delle squadre concorrenti all’anello che si sono rinforzate particolarmente (vedasi Pacers, OKC e i Clippers): ci vorranno i migliori violini, coordinati dal miglior maestro.
Nato a Napoli, il 23/6/1994. Ex calciatore, attualmente redattore NBA per partenopress.com e basketinside.com; inviato sul Napoli per Il Roma. Studente di giurisprudenza all'Università Federico II di Napoli.
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